| 26-05-2011 14:18 |
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La richiesta di passaporto è uno dei sentieri spinosi che gli italiani all’estero devono percorrere per conseguire un loro diritto, non tanto per le procedure da seguire quanto per la difficoltà di avere appuntamenti certi e celeri da parte di quel che resta dei nostri consolati.
L’obbligo stabilito a livello europeo della memorizzazione delle impronte digitali rende evidentemente tutto più complicato. Le lamentele che a tale riguardo riceviamo come parlamentari eletti all’estero, come si può immaginare, sono frequentissime.
Per questo, assieme ai colleghi Porta, Garavini, Fedi e Farina, avevo presentato un’interrogazione nella quale chiedevo un quadro conoscitivo della situazione del rilascio dei passaporti nei vari paesi, la diffusione della prassi dei funzionari itineranti con il compito di raccogliere le impronte digitali nelle zone più lontane dei consolati più estesi e un più attivo coinvolgimento dei consoli onorari nei diversi passaggi di concessione dei documenti di riconoscimento.
In una risposta finalmente ragionata e circostanziata, il Ministero degli Esteri fornisce alcuni elementi sui quali è utile ragionare. Per quanto riguarda i dati, è possibile reperirli per ciascun consolato sulle tabelle statistiche che il MAE pubblica sul suo sito web a fine di ogni anno. In ogni caso, il tempo medio di rilascio nelle 210 sedi all’estero è di 26 giorni, a fronte del limite di 30 giorni fissato dalla legge. Non siamo, dunque, fuori tempo massimo, ma nelle zone immediatamente a ridosso, anche per la fatica di avere i nulla osta dagli uffici delle questure, da poco finalmente dotati di posta elettronica certificata.
La prassi di ricorrere al funzionario itinerante sembra poi avere dato buoni frutti, tanto è vero che il MAE si propone di estenderla dai 40 consolati attuali ad un numero maggiore, utilizzando alcune risorse destinate ai viaggi di servizio. E’ proprio quello che avevamo chiesto, ma l’esperienza ci ha abituati ad aspettare la verifica dei fatti prima di esprimere soddisfazione.
Sul ricorso ai consoli onorari, invece, vengono opposte remore di carattere giuridico e di privacy, che non intendiamo sottovalutare. Ma la richiesta riguardava proprio la disponibilità a rivisitare i presupposti normativi di tale impiego che, vorrei dirlo ancora una volta, può avere una funzione utilissima in regime di vacche magre, come quello che stiamo attraversando.
In conclusione, vorrei richiamare l’attenzione non sulle procedure adottate, dal momento che è condivisibile il proposito di fare un’istruttoria preventiva dei documenti prima dell’appuntamento conclusivo. La questione vera è che, dalle notizie che ci pervengono, non tutti i consolati si comportano allo stesso modo e che spesso i tentativi di contatto dei nostri concittadini con gli uffici si arenano di fronte a centralini muti, che sono diventati ormai il profilo fondamentale dell’amministrazione italiana all’estero per i nostri connazionali. Mentre si suona il violino del “consolato digitale”, sinceramente mi accontenterei che lo stridulo suono dei centralini telefonici ricevessero qualche risposta in più da parte di chi ha il dovere di darla.
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